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 Cultura: Parte da Napoli il progetto ''Le città del Mediterraneo''

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"E’ dalla città che si intende partire per portare alla luce la coscienza mediterranea, la percezione di far parte di un insieme di valori, fedi, culture e stili di vita che nella loro diversità scaturiscono da una sola sorgente: il Mediterraneo".



NAPOLI - "E’ dalla città che si intende partire per portare alla luce la coscienza mediterranea, la percezione di far parte di un insieme di valori, fedi, culture e stili di vita che nella loro diversità scaturiscono da una sola sorgente: il Mediterraneo".

Di questo si è parlato lo scorso venerdì e sabato a Napoli in occasione dell’incontro su "Le città del mediterraneo".Un progetto promosso dall'accordo tra la regione Campania e la Regione Sicilia, d'intesa con il Ministero dello Svuluppo Economico e organizzato dalla Fondazione campania dei Festival e da Riso, il Museo d'Arte Contemporanea della Sicilia.La città è un’entità più concreta rispetto agli stati-nazione, è un’entità più vicina alle genti che la abitano e che ogni giorno la modificano con le loro azioni e i loro molteplici sguardi. L’ambiente urbano non è statico, al contrario, è continuamente ridefinito da chi lo plasma con la propria esperienza e le proprie esigenze, per questo la città è stata scelta come luogo ottimale per collocare una "mediterraneità" che si rifiuta di portare il fardello di una definizione precisa perché estremamente complessa.

Negli incontri si è parlato soprattutto di identità, sviluppo e internazionalizzazione nell’area mediterranea, temi che sono stati affrontati in modo approfondito da rappresentanti delle città di Alessandria d’Egitto, Algeri, Amman, Beirut, Damasco,Istambul, Marsiglia, Siviglia e Tunisi.Il Capo Consigliere del sindaco di Istanbul, Erman Tuncer, ha presentato la città turca come un “modello naturale” di multiculturalismo, dove diverse religioni, filosofie e popolazioni convivono sulla base di una tolleranza che affonda le sue radici storiche nell’Impero Ottomano.Raja Farhat, Capo Consigliere di Cultura e Comunicazione del Ministero della Cultura della Tunisia, invece, ha elogiato le potenzialità di Tunisi, ma ne ha messo in risalto anche i problemi e le sfide che i tunisini dovranno affrontare in futuro.

“Tunisi è una città che cresce di 500 ettari ogni anno, ha una densità di 90 abitanti per ettaro e 15 metri quadrati di spazi verdi per abitante; il suo impatto ambientale è minimo,” ha affermato Farhat e ha aggiunto “ Tuttavia Tunisi è anche afflitta da una forte migrazione che continua a fare pressione sulle infrastrutture urbane, generando uno sviluppo anarchico, promiscuità e insalubrità.” Per far fronte a questi problemi e per concedere a tutti il diritto ad un’abitazione, ha spiegato il funzionario del governo tunisino, si stanno ristrutturando vecchi quartieri e bonificando le aree a nord della città. Alla domanda del moderatore e giornalista Giancarlo Santalmassi su quale ruolo riveste la cultura per Tunisi, Farhat ha risposto così: “Tunisi deve puntare tutto sulla sua cultura aperta e creativa, è la sua carta vincente. Oggi siamo qui a parlare di un umanesimo mediterraneo, di una nuova coscienza ma sembra che tutto ciò ancora non sia stato percepito dai politici che ad esempio, non riconoscono l’importanza di alcune espressioni artistiche e culturali unificanti come la musica. Nell’area mediterranea c’è una cultura latente, nascosta di cui ancora non si osa fare il nome purtroppo.

”Il Sindaco di Siviglia Alfredo Sanchez Monteseirin è venuto a rappresentare una città che ha fatto dei progressi notevoli in pochi anni. Oggi Siviglia è un centro urbano che si basa su uno sviluppo economico sostenibile ed è sede di importanti multinazionali che hanno rivalorizzato il suo ruolo a livello nazionale a tal punto che il 19 marzo ospiterà una riunione del consiglio dei ministri spagnolo per riformulare un nuovo modello di sviluppo improntato sul rispetto dell’ambiente e delle varie identità.

Il sindaco ha più volte ribadito una questione essenziale, ossia quella di guardare al presente e al futuro con gli occhi del passato. “Il problema di molte città del mediterraneo è stato quello di tendere eccessivamente verso il passato, trasformandosi in dei musei a cielo aperto. Siviglia, invece, non ha voluto scegliere tra passato e futuro, ha preso un doppio binario e ha conservato il suo patrimonio storico innovando anche l’assetto urbano.” Un’altra grande potenzialità di Siviglia è la sua natura meticcia, “La nostra città deve sfruttare questo suo meticciato per valorizzare la funzione della città come luogo di incontro tra culture diverse. Siviglia è la capitale dell’Andalusia, nel suo dna si può rintracciare la cultura dell’umanesimo, quella araba, cattolica e anche quella ibero-amricana,” ha detto il sindaco.A rappresentare l’Algeria c’era Mohammed Djehiche, direttore del Museo di Arte Moderna di Algeri (MAMA) e Rappresentante dell’Agence Algerienne pour le Rayonnement Culturel (AARC), che ha raccontato la situazione attuale della cultura nel suo paese. “Per molti anni la cultura in Algeria è stata messa da parte perché c’era una priorità più grande, quella dell’alfabetizzazione.

Una volta superato questo ostacolo, si è avviato un processo di democratizzazione alla fine degli anni ottanta e che oggi cerchiamo a fatica di portare avanti. L’Algeria, infatti, non ha regioni, solo lo stato può finanziare la cultura e dopo 30 anni di socialismo le cose non sono così semplici. A ciò si aggiunge la comparsa del problema del terrorismo negli anni novante che paradossalmente ha coinciso anche con un’apertura maggiore dell’Algeria." Il direttore, infine, ha concluso il suo discorso denunciando una discriminazione da parete dei paesi della sponda nord del mediterraneo nei confronti delle iniziative provenienti dal sud del mare nostrum, sottolineando che spesso le attività che non rispecchiano i canoni dettati da una cultura dominante vengono automaticamente ignorate.E’ doveroso citare, infine, l’intervento del giornalista della testata libanese Al-Akhabar, Pierre Abi Saab, un vero e proprio “schiaffo” metaforico a tutti quelli che ancora si ostinano a vedere in Beirut una realtà che non combacia con la percezione di chi ci vive quotidianamente.

“Cugini del Mediterraneo, Beirut è una città di paradossi dove si può dire che si convive ‘alla libanese’. L’immagine che viene data di essa all’esterno è falsa, sublimata. In realtà Beirut si fonda su un sistema arcaico. Allora come parlare di Beirut? E' difficile...Beirut è una città araba e mediterranea, ricca e povera, barbara e civile, sciamana e religiosa, conservatrice e aperta…Beirut è una città bella come la morte, che si adatta più di altre alle catastrofi. Di lei vi diranno che è stata distrutta e ricostruita sette volte, ma non vi diranno che quando è stata ricostruita la classe politica si è spartita il potere lasciando ai sudditi solo le briciole.

” Il giornalista ha sferrato un duro attacco a chi sta facendo fuori la classe media della città, l’unica da cui poteva venire una spinta riformatrice e critica lo stato attuale della situazione con parole aspre che ben esprimono il dolore di un uomo deluso da anni di speculazioni e ingiustizie. “Beirut non è altro che un cabaret di rifugiati arabi dove il rischio della guerra si avverte in ogni momento. Non siamo altro che una serie di clan e tribù che si uccidono tra loro, ma si può sempre vivere nella ‘bolla’ francofona o anglofona della città, dove non c’è bisogno di conoscere l’arabo basta frequantare posti per occidentali.”

 
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