
Di GIanni Perrelli
Stanislavskij, quello del famoso Metodo di recitazione che dalla Russia passò all’America dell’Actors Studio, distingueva il grande attore da quello mediocre o puramente istrionico per una qualità decisiva. Il grande attore fa prevalere il personaggio che interpreta sull’istinto a mettere in mostra direttamente se stesso, la propria persona, il proprio ego. Pur essendo sua la faccia, la voce, i gesti il grande attore sa che il pubblico vuole sentire sulla propria pelle, fare esperienza diretta dell’unicità di quel personaggio e non della vanità personale di un attore che lo interpreta. Gianni Perrelli, uno dei più apprezzati inviati e corrispondenti esteri italiani, applica questa regola aurea del Metodo Stanislavskij al racconto della sua professione di giornalista globetrotter, di inviato sui fronti di guerra, di intervistatore di grandi personaggi contemporanei. Lo fa nel suo nuovo libro Il mestiere dell’inviato, edito nella collana “Media Manuali” da Gremese. Quello che Gianni Perrelli riesce in queste pagine a fare esperire direttamente al grande pubblico è il “personaggio” dell’inviato, con tutti i lati ignoti, affascinanti, ma anche pratici e a volte persino banalmente prosaici di questo mestiere prestigioso, rischioso, spesso invidiato, ma per lo più sconosciuto. Sconosciuto soprattutto a quei giovani che sognano di intraprenderlo in un’epoca, quella di internet, ma anche del precariato, in cui sono cambiate le basi stesse di quella che si chiamava “gavetta”.
L’essersi “fatte le ossa”, anche rompendosele qualche volta, fornisce quella che per Perrelli è la qualità davvero imprescindibile del grande inviato: la duttilità. Sia nelle situazioni di pericolo sui fronti di guerra, che in quelle di “copertura” di un grande evento mondiale, che nell’intervista a un eminente quanto ostico personaggio internazionale, la duttilità, la capacità di mutare rapidamente lo schema di partenza si dimostra la vera chiave di volta sia umana che professionale.La duttilità si dimostra però tale solo sullo sfondo di uno scrupoloso lavoro di preparazione, di ricerca, di controllo e incrocio delle fonti, di accorgimenti basilari per riportare la pelle a casa, di pazienti e, anzi, snervanti appostamenti per non lasciarsi sfuggire l’obiettivo di un pezzo di valore, di un’intervista in esclusiva, di uno scoop sul filo di rasoio del fallimento. A tutti questi retroscena, a questa umile ma preziosa attrezzeria del mestiere, Gianni Perrelli dà i tratti del volto, l’impasto di voce, i gesti unici e inconfondibili della sua concreta esperienza di inviato sui più diversi scenari internazionali.
Il racconto che ne emerge è esso stesso un gran bel reportage sul talento di un giornalista. Sul talento, in primo luogo, della scrittura, sempre nitida, essenziale, antiretorica, eppure proprio per questo affascinante, musicale nella sua autenticità. E sul talento di saper vedere dentro un fatto o una situazione qualcosa di “altro”, di diverso, di inaspettato e di saperlo far emergere per portarlo all’attenzione del pubblico. Il pubblico dei lettori di giornali, ma in questo caso anche di libri, rimane per Perrelli lo sfondo non trascendibile a cui riferirsi.
Si capisce allora come per lui non ci sia notizia, servizio, rocambolesca trasferta, noiosa attesa, insperata possibilità che non rimandino alla serietà e, a volte, alla drammaticità di un’informazione, di uno svelamento dei fatti sempre dovuti al suo pubblico. Come il grande attore, così il grande inviato pensa sempre prima a questo e “attua” di conseguenza sulla scena del mondo che si trova a calcare.