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 Personaggi: Un anno di amministrazione Obama in Medio Oriente

Palestina

Posted By Redazione On 27 gennaio 2010 @ 07:00 In Arab-Islamic World, Italiano, Un anno di amministrazione Obama in Medio Oriente, United States,



Poco più di un anno fa, il 20 gennaio 2009, il primo presidente di colore della storia americana metteva piede alla Casa Bianca, in un clima di speranza e di grandi aspettative, funestato in Medio Oriente dalla violenta campagna militare che Israele aveva portato a conclusione proprio in quei giorni a Gaza. Due mesi prima, nel novembre 2008, l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti era stata accolta con grande entusiasmo e con un senso di liberazione in tutto il mondo arabo-islamico. L’era Bush si era definitivamente conclusa, ed il nuovo presidente prometteva un’era di dialogo e riconciliazione.Poi vi era stato l’ormai famoso discorso tenuto da Obama al Cairo, che aveva avuto enorme risonanza in tutti i paesi islamici. Con quel discorso, il capitolo dello scontro di civiltà sembrava ormai chiuso definitivamente, e l’era dell’unilateralismo americano tramontata, mentre invece cresceva l’attesa per l’iniziativa diplomatica con la quale il nuovo presidente americano avrebbe finalmente riavviato il processo di pace israelo-palestinese.

Ma, a un anno dall’insediamento di Obama, dell’entusiasmo dei primi giorni non vi è più traccia in Medio Oriente, e l’incubo dell’era Bush sembra ancora pesare come una maledizione, dalla Palestina all’Afghanistan, dall’Iraq al Pakistan. Il nome di al-Qaeda, che sembrava quasi scomparso nei primi mesi del 2009, riecheggia nei media di tutto il mondo, e risuona nei discorsi del nuovo presidente americano, come in quelli del primo ministro britannico. L’Iraq non è ancora stato liberato, ma soprattutto potrebbe essere sul punto di piombare in una nuova spirale di sangue.

 L’Afghanistan è travolto dalla guerra, che infuria anche nella capitale Kabul, e non vi sono segnali di una possibile soluzione nei prossimi mesi, nonostante i 30.000 soldati in più promessi da Obama. Anzi, la guerra si è ormai estesa al vicino Pakistan, a sua volta scosso dagli attentati e sempre meno in grado di controllare porzioni considerevoli del proprio territorio. Gaza continua a languire schiacciata sotto il peso dell’embargo internazionale, i colloqui di pace in Palestina sono ancora un miraggio, e lo stato palestinese promesso dal presidente americano all’inizio del suo mandato sembra soltanto un sogno lontano. Il dialogo con l’Iran non è mai decollato, mentre invece nuovi fronti sembrano aprirsi sullo scacchiere delle guerre americane: lo Yemen, e forse la Somalia.Cos’è che non ha funzionato in questi mesi? Cosa ha fatto sì che il clima di speranza dell’inizio del 2009 si tramutasse nella cupa e pesante atmosfera [1] che opprime il Medio Oriente agli albori di questo nuovo decennio?Proprio nei giorni scorsi, lo stesso presidente Obama ha ammesso che la strada da percorrere si è rivelata più dura del previsto, e che a volte egli stesso si trova a confrontarsi con i propri dubbi. Egli ha riconosciuto che i suoi sforzi di rimettere in moto il processo di pace israelo-palestinese sono fin qui falliti, e che se si fosse reso conto fin dall’inizio della difficoltà dei problemi da affrontare, avrebbe evitato di suscitare aspettative così elevate.Va detto che Obama si trova in difficoltà in patria, prima ancora che all’estero. E’ il presidente americano con l’indice di gradimento più basso al termine del primo anno di mandato. Ma ciò è in parte conseguenza del fatto che anche in patria egli aveva suscitato enormi aspettative, che sarebbe stato molto facile deludere al primo vero confronto con i problemi reali.

A posteriori, nel mondo arabo-islamico alcuni sostengono che egli non incarna quella figura rivoluzionaria che molti si aspettavano. Secondo costoro, quella di Obama non è una visione di sinistra, bensì saldamente centrista, una visione non molto diversa da quella dei conservatori pragmatici, orientata a un “sano realismo”. Egli ha utilizzato in alcuni casi espressioni non dissimili da quelle dei neocon americani.

I suoi appelli al dialogo con il mondo islamico sono stati sviliti dai toni adottati da Obama in altre occasioni, quando ha detto che “l’America è in guerra”, o quando ha definito quella in Afghanistan come una “guerra giusta” – fra l’altro proprio in occasione della cerimonia nella quale gli fu assegnato il premio Nobel per la pace.Secondo altri, è ancora presto per dare un giudizio definitivo sulla presidenza Obama. Il commentatore pakistano Mahir Ali [2] sul quotidiano “Dawn” afferma che è irragionevole attendersi che un solo uomo trasformi la contorta struttura di potere che esiste negli Stati Uniti. Inoltre, tutti i presidenti americani che hanno raggiunto risultati importanti – come l’abolizione della schiavitù, i diritti civili, la fine della guerra del Vietnam – vi sono riusciti perché erano spalleggiati da potenti movimenti popolari che sostenevano il cambiamento.Ma Danny Schechter [3], produttore americano indipendente, in un articolo apparso sul sito web di “al-Jazeera English” sostiene che sarebbe stato proprio Obama ad infliggere un colpo mortale al movimento popolare per il cambiamento che di fatto esisteva al momento della sua elezione.

Egli aveva ispirato milioni di elettori, aveva raccolto consensi attraverso internet e i social network. Ma invece di coinvolgere i suoi sostenitori come potenziali attivisti in grado di promuovere dal basso la sua agenda politica, una volta entrato alla Casa Bianca “egli ha permesso al suo ‘esercito’ di disperdersi”.Il passo successivo che ha tarpato le ali del cambiamento è stato quello di circondarsi di figure pragmatiche, quando non addirittura conservatrici, nello sforzo di dare alla sua squadra di governo un’impronta bipartisan. “Il cambiamento sono io”, rispondeva il neoeletto presidente americano a chi gli rimproverava scelte troppo allineate con l’establishment. Ma alla fine Obama si è ritrovato solo, e privo di un reale peso politico all’interno di un’amministrazione e di un Congresso in cui democratici e repubblicani hanno visioni spesso fin troppo convergenti, soprattutto in materia di politica estera.Il primo scoglio è stata la questione israelo-palestinese.

Di fronte al rifiuto del primo ministro Netanyahu di congelare gli insediamenti sia in Cisgiordania che a Gerusalemme Est, il presidente americano si è scoperto incapace di esercitare una pressione reale sul governo israeliano, e – secondo molti – prigioniero della lobby filo-israeliana a Washington.Nel frattempo, altre priorità di politica interna ed altri fronti di politica estera hanno gradualmente fatto scivolare la questione dei negoziati israelo-palestinesi in secondo piano nella sua agenda politica. Mentre l’economia e la riforma sanitaria mettevano a dura prova l’amministrazione americana sul fronte interno, l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan ed i rapporti con grandi potenze come la Russia e la Cina hanno tolto vigore alla sua iniziativa diplomatica nel Vicino Oriente – basata, del resto, su un approccio confuso e poco innovativo, che non è riuscito ad emanciparsi dalla vecchia contrapposizione “moderati-estremisti” in auge ai tempi di Bush.Ma, al di là del fallimento nel negoziato israelo-palestinese, è stato il fronte afghano-pakistano che ha progressivamente tagliato le gambe al messaggio di “dialogo e riconciliazione” lanciato da Obama all’inizio del suo mandato, e che ha macchiato la sua credibilità di “uomo di pace”.Già in campagna elettorale l’allora candidato democratico aveva affermato di voler trasferire la propria attenzione e quella della nuova amministrazione americana dall’Iraq all’Afghanistan, per giungere a una vittoria definitiva su al-Qaeda. Ma ben pochi all’epoca – e forse neanche lo stesso Obama – si erano resi conto di cosa ciò significasse. La campagna americana in Afghanistan dopo il 2001 è stata fallimentare [4]. Caduta nel dimenticatoio a causa dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003, essa si è protratta stancamente per anni integrandosi progressivamente con il sistema di corruzione afghano, e con il sistema di potere dei signori della guerra, fino a diventare praticamente indistinguibile da essi. Il progetto di “nation-building” in Afghanistan è fallito da tempo, e la presenza americana ed occidentale nel paese è rimasta essenzialmente sotto forma di un’occupazione militare, sempre meno in grado di controllare il territorio di fronte al prepotente ritorno dei Talebani.Voler investire nuovamente nel progetto americano in Afghanistan, invece di aprire la strada ad una soluzione regionale ed internazionale del conflitto, significava inevitabilmente sprofondare sempre più in un pantano nel quale già i sovietici, prima degli americani, avevano dovuto soccombere. Dopo aver inviato 17.000 soldati nel febbraio 2009, il presidente americano si è visto costretto ad autorizzare l’invio di altri 30.000 uomini alla fine dello stesso anno, portando il numero totale di militari americani presenti in Afghanistan a oltre 100.000.Forse resosi conto che la sua avventura afghana potrebbe essere senza ritorno, Obama ha autorizzato l’invio di soli 30.000 uomini, a dispetto dei vertici militari americani che gliene chiedevano almeno 40.000, ed ha cercato di tenersi aperta la strada per un possibile ritiro.

 Questa “magra vittoria” nei confronti del generale Stanley McChrystal, l’attuale comandante delle forze americane in Afghanistan, esemplifica in un certo senso la posizione in cui si trova il presidente americano. Messo in trappola dalla sua stessa decisione di dare la caccia ad al-Qaeda in Afghanistan, e di conseguenza divenuto sempre più ostaggio dell’eredità del suo predecessore George W. Bush (non solo in Afghanistan, ma anche sugli altri fronti americani in Medio Oriente), Obama si trova a dover contrastare un establishment politico e dei vertici militari che non sembrano affatto a disagio nel continuare a portare avanti strategie che erano in auge sotto la precedente amministrazione Bush. Il risultato è una linea politica confusa (dialogo con l’Iran accompagnato dalla minaccia di sanzioni, e addirittura di un’opzione militare), che predilige la scelta della “via di mezzo” (30.000 uomini invece di 40.000 in Afghanistan), e spesso è vittima di ripensamenti (la richiesta al governo israeliano di congelare la costruzione di nuovi insediamenti, dapprima considerata “imprescindibile”, e poi definita “non vincolante”). Questa linea politica così esitante e sconclusionata [5] da parte dell’amministrazione Obama, non soltanto non favorisce la soluzione delle crisi regionali, ma soprattutto non impedisce che, nel suo complesso, la “locomotiva” della strategia politico-militare americana continui a correre ciecamente lungo il binario tracciato dalla precedente era Bush dominata dal pensiero neocon.

Questa inquietante realtà trova riscontro su tutti i fronti della politica estera americana in Medio Oriente, dall’Iran all’Afghanistan, dal Pakistan allo Yemen.L’incapacità di aprire un dialogo con l’Iran, accompagnata dalla minaccia di sanzioni che, qualora approvate, sarebbero probabilmente inefficaci a causa della ritrosia di Russia e Cina (che hanno in Iran grossi interessi nel settore energetico) e della scarsa collaborazione di paesi confinanti come il Pakistan e l’emirato di Dubai, rischia di non fare altro che inasprire la contrapposizione [6] fra l’Occidente e il regime di Teheran, e di aprire la strada all’avventura militare.L’ostinato unilateralismo americano in Afghanistan, accompagnato dall’adozione di strategie militari e civili confuse nel paese, è destinato a sprofondare quest’ultimo in una spirale di guerra e di morte senza alcuna speranza di stabilizzazione (va ricordato che, nonostante tutti gli “sforzi” americani, i Talebani hanno ormai una presenza stabile nell’80% del paese).

Una cosa che non molti sanno [7] è che oltre ai 30.000 soldati che rimpolperanno le file delle truppe americane regolari in Afghanistan, rinforzi “di altro genere” andranno a irrobustire la macchina bellica americana: oltre 50.000 contractor, mercenari privati che lavorano per società americane come la Xe (ex Blackwater) e la DynCorp (entrambe attive anche in Pakistan, come recentemente ha ammesso il segretario americano alla Difesa Robert Gates), e centinaia di agenti della CIA, oltre a personale del Dipartimento della Difesa. Tutto ciò andrà ad alimentare una macchina bellica, in parte privatizzata (non solo per la presenza dei contractor, ma anche perché una serie di servizi legati alla logistica dell’esercito americano sono ormai appaltati a società americane private), che obbedisce sempre più a logiche proprie, e sembra essere sempre più inarrestabile.Del resto, questa macchina bellica era stata abbondantemente rodata nel “nuovo Iraq” nato dal rovesciamento di Saddam Hussein, un paese che malgrado quasi 7 anni di presenza americana sembra essere di nuovo sull’orlo di sanguinosi scontri settari, sia a causa delle drammatiche divisioni interne, sia a causa del fatto che l’Iraq continua ad essere il teatro di uno scontro “per procura” fra Washington e Teheran.Strategie militari analoghe a quelle in uso in Afghanistan vengono applicate dagli americani in Pakistan, dove i drone, aerei senza pilota comandati a distanza, continuano a colpire, oltre che obiettivi di al-Qaeda e dei Talebani, anche la popolazione civile (spesso a causa della scarsa qualità delle informazioni di intelligence in base alle quali vengono individuati i loro obiettivi), contribuendo drammaticamente ad inasprire i sentimenti di ostilità che i pakistani nutrono nei confronti degli USA. Nel frattempo, pochi giorni fa, il segretario alla Difesa Robert Gates ha dato una altro pregevole esempio delle politiche americane di questi ultimi anni, recandosi in India e Pakistan per concludere accordi per la vendita di armi ai due acerrimi nemici, entrambi potenze nucleari.

La giustificazione che ha addotto Gates ai giornalisti che criticavano questa scelta è che Washington spera che la cooperazione militare con i due paesi aiuterà gli USA a guadagnarsi la loro fiducia, necessaria per far progredire gli obiettivi americani nella regione. I responsabili di Washington affermano che il Pentagono avrebbe fatto attenzione a non alterare gli equilibri di forza tra le due potenze sud-asiatiche.Nello Yemen, gli USA per “bonificare” il paese dalla presenza di al-Qaeda ancora una volta sembrano disposti ad allearsi con un governante non democratico [8], il presidente Ali Abdullah Saleh, di fatto sostenendo l’ennesimo regime dispotico nella regione, attraverso aiuti militari che – come già è accaduto in passato – rischiano di essere utilizzati da tale regime al servizio dei propri obiettivi, di solito a scapito di ampie fasce della popolazione locale.La retorica della guerra ad al-Qaeda e della necessità di proteggere l’America rendendo sicure le regioni instabili del mondo è una trappola che serve solo ad esportare guerra, a generare nuovo estremismo e nuovo odio nei confronti dell’America e dell’Occidente, facendo apparire il messaggio di dialogo e di pace lanciato da Obama all’inizio della sua presidenza come nient’altro che uno sbiadito ricordo, se non come un tragico inganno.Sostenendo di voler combattere poche centinaia di affiliati ad al-Qaeda con scarsi legami fra loro, i quali si nascondono fra qualche migliaio di miliziani locali in Afghanistan come in Pakistan, in Iraq come nello Yemen, gli Stati Uniti hanno schierato una delle più costose macchine belliche di tutti i tempi, spendendo oltre 1.000 miliardi di dollari a partire dall’11 settembre solo per le guerre in Iraq e in Afghanistan. Alcuni giorni fa, il presidente Obama ha chiesto un’ulteriore integrazione di 33 miliardi di dollari al bilancio della difesa per l’anno fiscale 2011. Come rivela Winslow T. Wheeler [9], del Center for Defense Information con sede a Washington D.C., questa cifra porterebbe il bilancio annuale del Pentagono al valore stratosferico di 708 miliardi di dollari, il più alto dai tempi della seconda guerra mondiale, un bilancio di poco inferiore a quanto l’intero resto del mondo spende per la difesa.

E’ evidente che questo mastodontico meccanismo ha obiettivi che vanno ben al di là della lotta ad al-Qaeda, e che riguardano la salvaguardia degli interessi strategici di Washington in tutto il mondo.

Tuttavia l’impetuoso fiume di denaro che alimenta questo meccanismo, non soltanto ha travolto qualsiasi lodevole appello al dialogo che Obama può aver pronunciato in passato, e qualsiasi suo tentativo di migliorare l’immagine dell’America nel mondo arabo-islamico, ma alla lunga rischia di travolgere la stessa economia americana, già duramente provata dall’attuale crisi globale.Barack Obama sarà in grado, nei tre anni di amministrazione che gli restano, di fermare la corsa di questa “locomotiva impazzita”, e di arrestare questa emorragia di denaro che dissangua le finanze di Washington?Anche qualora egli avesse la piena consapevolezza della situazione, l’impresa che gli si pone davanti appare proibitiva

 
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