
Mahir Ali è un giornalista pakistano residente a Sidney, in Australia
20/01/2010Original Version: Year one: damned if he doesn’t…
In un discorso di questa settimana, tenuto alla vigilia del giorno in cui l’America celebra Martin Luther King, Barack Obama ha evocato il ricordo del grande leader dei diritti civili (premio Nobel per la Pace, come il presidente americano) per rammentare ai suoi detrattori di vedere le cose nella giusta prospettiva e di mostrare un po’ di pazienza in più.“Talvolta provo un senso di frustrazione, quando la gente si ostina a non capire che abbiamo comunque realizzato qualcosa, anche se non ogni cosa”, ha sottolineato Obama. Per gran parte degli americani, questo ‘qualcosa’ sembra non essere sufficientemente ben fatto. E Obama ha lasciato intendere che lui stesso potrebbe pensarla così: “ Ci sono momenti in cui sembra che tutti questi sforzi non portino a nulla e che il processo di cambiamento sia dolorosamente lento e, allora, devo affrontare i miei stessi dubbi”, ha confessato il presidente. A un anno dalla cerimonia del suo insediamento come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti (un avvenimento epocale, il cui valore simbolico difficilmente diminuirà, qualsiasi cosa prospetti il futuro), è evidente che Obama avrebbe bisogno di un po’ di comprensione.Negli ultimi cinquant’anni e più, nessun presidente americano ha dovuto fare i conti con indici di popolarità talmente bassi, a un anno esatto dall’inizio del mandato.

Ma è anche vero che, in quasi 50 anni, nessun presidente ha assunto l’incarico gravato di così tante aspettative. Indubbiamente, la potente oratoria che ha caratterizzato la campagna del candidato democratico, ha contribuito a creare tali aspettative (del resto, Obama non sarebbe andato molto lontano con uno slogan del tipo ‘votate per me ma non aspettatevi troppo da me, se venissi eletto’). Allo stesso tempo, le aspettative erano in parte dovute anche alle circostanze: la maggioranza degli americani era assolutamente stufa dell’amministrazione Bush, sebbene non necessariamente per le stesse ragioni adducibili alla costante impopolarità che essa registrava all’estero. Obama è stato capace di identificarsi nella parte del candidato più antitetico a George W. Bush. Di conseguenza, gli elettori hanno proiettato su di lui le loro speranze. Alcuni dei suoi sostenitori lo vedevano come una figura rivoluzionaria, ma questa impressione era dovuta più alle insinuazioni e provocazioni provenienti dall’estrema destra, che non a qualsiasi dichiarazione di Obama.
Il suo messaggio, quando non era privo di un reale contenuto, risultava irriducibilmente moderato (indubbiamente a sinistra rispetto all’amministrazione Bush, sotto molteplici aspetti; ma questo non significa davvero molto). L’opposizione manifestata riguardo all’invasione dell’Iraq ha aiutato la sua reputazione fra i democratici, ma la sua presa di posizione non era necessariamente frutto di un’analisi tanto diversa da quella dei cosiddetti conservatori realisti (che erano soliti schernire il progetto neoconservatore per via di quanto sarebbe costato all’America, invece che per il suo devastante impatto sulla popolazione irachena).Barack Obama può non essere totalmente d’accordo con Pat Buchanan , ma, per molti versi, non condivide nemmeno le stesse idee di Martin Luther King ( il cui destino poté davvero dirsi deciso nel momento in cui King si rese conto che sarebbe stato immorale tacere sul Vietnam e cominciò ad accusare il suo paese, con grande precisione, di essere il più grande propagatore di violenza nel mondo). Dopo oltre 40 anni, questo aspetto della realtà americana rimane invariato.

Obama, poco dopo aver annunciato l’invio di rinforzi in Afghanistan, ha deciso di pontificare sul concetto di ‘guerra giusta’, il mese scorso a Oslo, durante il discorso di accettazione del premio Nobel per la pace. Il presidente americano vede notevoli differenze fra il Vietnam e l’Afghanistan e, infatti, ce ne sono parecchie. Ma trascura le analogie, e forse evita di ammettere che la sua “guerra giusta” è “giusto un’altra guerra” per coloro che subiscono la violenza perpetrata dalla nazione più potente della storia. Certo, potente dal punto di vista militare, ma non morale (come ben sapeva il politico e attivista King).Uno dei punti deboli più evidenti dell’America, in ambito internazionale, è la sua condotta arrogante (che, se combinata con l’ignoranza, diventa particolarmente micidiale); questo atteggiamento entra in gioco persino quando il proposito è, presumibilmente, quello di apportare un beneficio (come nel caso della missione umanitaria per Haiti, devastata dal terremoto, occasione in cui è stato ritenuto necessario che le truppe americane occupassero l’aeroporto di Port-au-Prince, malgrado la costernazione di alleati occidentali come la Gran Bretagna e la Francia, e delle agenzie per gli aiuti internazionali, i cui voli sono stati necessariamente deviati sulla vicina Repubblica Dominicana). Rush Limbaugh, il famigerato anchorman radiofonico americano, nel frattempo, invitava i suoi compatrioti a non versare un centesimo agli aiuti per Haiti, nel caso che Obama usasse i fondi per altri scopi. Difficile da credere?
Ecco, diciamo che se Obama fosse davvero un messia, gli attivisti repubblicani antitasse, gli ultraconservatori e i neofascisti lo crocifiggerebbero senza alcun rimorso.Quelli di sinistra che criticano Obama perchè il suo pacchetto di stimoli fiscali non è abbastanza ampio; perché a chi stava dietro la catastrofe finanziaria è stato permesso di trarne profitto, mentre le vittime continuano a patirne le conseguenze; perché la proposta di riforma sanitaria, attualmente sul tavolo al Congresso, comprende troppi compromessi con il colosso farmaceutico Big Pharma e con l’industria delle assicurazioni, senza offrire una copertura universale; e perché l’amministrazione di quest’ultimo anno rimane ostaggio di privilegi e interessi di casta tanto quanto quelle precedenti: bene, queste persone hanno ragione; ma, davvero, si aspettavano qualcosa di diverso? Certo, è sleale esprimere un giudizio sull’operato di Obama, dopo un solo anno di presidenza. Inoltre, è irragionevole aspettarsi che un uomo solo, anche se davvero lo volesse, possa trasformare la contorta struttura del potere in America. Vale anche la pena di ricordare che tutti i presidenti americani che hanno realizzato qualcosa di lodevole (l’abolizione delle schiavitù, il New Deal, i diritti civili, la fine della guerra in Vietnam), lo hanno fatto sfruttando l’onda del cambiamento progressista sollevata da grandi movimenti di massa.
L’insoddisfatta sinistra dovrebbe seguire il consiglio offerto dall’eroe della classe operaia Joe Hill, condannato a morte. Le sue ultime parole furono: “Non piangetemi; organizzatevi!”.